“Solo chi muore si rivede”

Un momentaneo saluto a chi tanto ci ha dato e ci darà, in attesa di un flusso migliore di coscienza e di coscienze, un pensiero più chiaro e lucido, un degno abbraccio ad un amico.
È scomparso Edoardo Sanguineti, politico prestato alla poesia
“non dico avere pena, compassione,
pietà, cordoglio, commiserazione,
misericordia con compatimento,
con condoglianza, con rincrescimento:
non dico avere tormento, corruccio,
tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio:
ma goduria e tripudio, in buona fede,
perché solo chi muore si rivede…”
L’estremo sberleffo, Edoardo. Poco può la morte contro chi la sa costringere, come in questa ottava del tuo Novissimum Testamentum, a uscire allo scoperto, esibire il proprio cerimoniale di lutto in rime baciate, sfidando il tragico sino a depotenziarlo, a consegnarlo inebetito, parodizzato, al ribaltamento irriverente.
Non so perché mi sono venuti in mente quei versi mentre cercavo conforto alla notizia, e mentre cerco ora di scrivere queste righe difficili. Non so scriverle senza il tuo aiuto. Ho conosciuto l’intellettuale di caratura rarissima, il letterato dalla cultura senza confini e insieme il politico prestato alla letteratura, come amavi definirti, tu che non tolleravi la desolazione dei tempi, la osteggiavi con ferocia, indignato contro il revisionismo ipocrita, la svendita delle ideologie.
Ti amavano per questo, i giovani, sentendoti giovane con loro, disposto come loro a reinventare ogni volta il mondo, in odio ai conformismi. Magari era giunta sino a loro l’eco mediatica di chi ti identificava con l’enfant terrible della letteratura, e stigmatizzava le tue prese di posizione drastiche. Ma poi ti leggevano e imparavano davvero a conoscerti, e ti fermavano per strada – è successo ancora pochi giorni fa a Bologna – chiamandoti per nome, per farsi firmare da te un foglietto strappato lì per lì.
Tu eri felice di questo. Avevi attraversato il Novecento da protagonista, venendo a contatto con i più grandi artisti e intellettuali del secolo, amato da musicisti, da Luciano Berio a Stefano Scodanibbio, registi come Luca Ronconi, pittori come Enrico Baj. Ungaretti aveva sponsorizzato il tuo Laborintus presentandolo e sostenendolo per il premio Viareggio, Roland Barthes aveva steso una presentazione per te, nel catalogo Feltrinelli 1967, Enzesberger aveva collaborato alla traduzione tedesca di Purgatorio de l’Inferno. E ci sono state le tue straordinarie traduzioni per teatro, dai classici greci a Shakespeare, Brecht, Goethe, e a traduzioni stavi ancora adesso lavorando, e le tue finissime pagine di critico letterario, esperto di tutto lo sviluppo secolare della cultura, da Dante a Leopardi a Foscolo al pieno Novecento.
Non si può raccontarti così, racchiudere in parole tirate via la tua passione di vivere, che conosceva abissi di depressione e momenti di assoluta accettazione fisica, corporea, dell’esistere. L’insensatezza della felicità, ci eravamo scritti: tu la sapevi trasmettere, al di là delle regole, fino a godere infantilmente di una torta Sacher e commuoverti – come ancora pochi giorni fa – leggendo una tua traduzione di Neruda.
Devo scriverlo che ci mancherai? In questi casi si dice che resta l’opera, e quella resterà, di sicuro. Ma mancherà l’umanità, mancherai all’umanità, dove questa ancora si annidi. Mancherà la tua straordinaria capacità di usare la parola, da lessicologo magistrale, trasformarla in gesto, in sonorità, farne vibrare la corporeità e poi spegnerla nel silenzio, nientificarla. Edoardo Sanguineti è “il più musicale, il più musicato e possibilmente anche il più musicista dei poeti”, ha scritto con felice invenzione Scodanibbio.
Ora si è fatto buio in scena, come nella tua Commedia dell’Inferno. Ma sarà ancora un travestimento. Ti aspettiamo, Edoardo, ti seguiremo, ti chiederemo lumi.
Niva Lorenzini
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