L’insicurezza del nucleare
Pubblicato il 27 May 2008 a cura di Stefano Tognarelli
Mentre gli Usa, più o meno silenziosamente per quanto riguarda la nostra omertosa Informazione (ma è ancora degna di questo nome?), si avviano alla realizzazione dello scudo stellare che prevede l’installazione dei primi 10 missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica ceca; mentre la maggioranza della popolazione ignora che, nonostante lo vieti la legge e in più occasioni in passato lo abbia dichiarato anche il governo, l’Italia è un paese nucleare, sul quale sul territorio posano 90 bombe atomiche statunitensi (con un peso strategico alquanto importante negli equilibri internazionali!), il ministro dello Sviluppo Economico, Scajola, rilancia il progetto nucleare in Italia: “Entro il 2013 si apriranno i primi cantieri” dice.
Poco più di 20 anni fa, l’8 novembre 1987, l’Italia decise di uscire dal piano energetico atomico con un referendum, tenuto a poco più di un anno dal disastro di Cernobyl. Intanto si erano costruite 4 centrali nucleari: Garigliano, Latina, Trino Vercellese e Corso. Siti ancora esistenti e tutti gestiti dalla Sogin, società a capitale pubblico presieduta da un generale che ha l’esclusiva gestione di tutto il nucleare italiano subentrata all’Enel, ma fermi dal dopo-referendum. Il ventennio di attività dei reattori, nati per incrementare la produzione di energia elettrica, vide non pochi problemi tecnici e guasti di varia natura che portarono, ad esempio, nell’impianto di Garigliano alla sospensione temporanea (’64, ’69, ’78) fino alla definitiva chiusura nell’82.
I problemi fondamentali della gestione delle centrali sono:
o la sicurezza dei reattori e degli impianti tutti
o lo smaltimento delle scorie nucleari.
Per quanto riguarda la sicurezza l’italia è un paese altamente o mediamente soggetto a terremoti. Ciò alimenta dei dubbi sulla stabilità delle eventuali centrali e sul loro sito di stoccaggio. L’Italia, poi, è un paese soggetto anche, e soprattutto, alla potenza economica delle associazioni a delinquere, le più grandi e potenti in Europa e nel mondo (mafia, camorra e ‘ndrangheta) che, c’è da scommetterci, faranno di tutto per gestire la costruzione delle centrali e lo smaltimento dei rifiuti. Comunque sia, sembrano tutti escludere in toto una nuova Cernobyl: le tecnologie sono troppo avanzate per incappare di nuovo in una simile tragedia!
D’accordo…ma visto che di rifiuti adesso il nostro caro governo sta trattando, e la nostra Informazione sta riempiendo le prime pagine di tg e quotidiani (tralasciando vari decreti legge e movimenti poco interessanti per l’opinione pubblica, vedi decreto sul digitale terrestre), parliamo di rifiuti.
Nel mondo: Si calcola che le scorie prodotte a livello mondiale dalle centrali elettronucleari e dagli impianti di arricchimento e ritrattamento del combustibile nel 2005 erano pari a circa 270mila tonnellate. Negli Stati Uniti si producono circa 2300 tonnellate di rifiuti nucleari ogni anno, in Francia 1200 tonnellate. Un problemino non da poco visto che… nessuno sa esattamente dove metterle! Il costo per la conservazione delle scorie è enorme, praticamente incalcolabile poiché si tratta di confinare in modo sicuro materiale che rimarrà attivo e pericoloso per migliaia di anni e nessuno ha mai progettato un sistema che deve restare impenetrabile per così tanto tempo. Attualmente si prospettano tre possibili soluzioni:
1) Confinamento a grandi profondità: è presentata come “la” soluzione al problema. In realtà il seppellimento solleva molteplici questioni: come sarà possibile garantire che i bidoni in cui verrebbero conservate le scorie resistano per così tanto tempo e non sversino all’esterno il loro terrificante contenuto? Come evitare i rischi d’intrusione umana? Chi può garantire la stabilità del sottosuolo per migliaia di anni?
2) Condizionamento e deposito di lunga durata in gallerie costruite in superficie dove le scorie dovrebbero rimanere, al massimo, per 300 anni. Si tratterebbe di depositi “temporanei”: la soluzione del problema sarebbe rinviata ai nostri discendenti!
3) Separazione e trasmutazione: poiché è impossibile neutralizzare la radioattività si sta studiando la possibilità di “trasmutare” una parte degli elementi radioattivi in atomi stabili dalla vita più corta. Si tratterebbe di un procedimento complesso, proposto agli inizi degli anni ’90 dall’americano Bowman e da Carlo Rubbia, che però rischia di creare, a sua volta, rifiuti pericolosi. Queste ricerche vengono considerate da molti scienziati come semplici ma costose curiosità di laboratorio!
La sola “messa in sicurezza”, diciamo così, “provvisoria” delle scorie altamente tossiche costerà agli Stati Uniti circa 110 miliardi di dollari (al valore 1996). Dopo 25 anni di studi gli americani, che con circa 70mila tonnellate di scorie sono il paese con il maggior quantitativo di queste porcherie, hanno deciso di costruire un sito nazionale individuato in una cavità situata in profondità sotto lo Yucca Mountain, nel Nevada meridionale a circa 160 km da Las Vegas e nelle immediate vicinanze del Nevada Test Site dove fino a pochi anni fa venivano effettuati i test nucleari. Nei suoi tunnel dovrebbero essere conservati 11mila contenitori sigillati in modo da non rilasciare all’esterno le scorie provenienti dagli impianti elettronucleari e da quelli militari. Si tratta di un’operazione dai costi enormi ed enormemente complessa e pericolosa. Solo per gli studi preliminari del terreno e per il progetto sono stati spesi circa 7 miliardi di dollari; per la costruzione del deposito si prevede una spesa di circa 58 miliardi di dollari. Il materiale verrà trasferito dai 131 depositi “provvisori” attualmente attivi con 4600 viaggi via treno o autocarro che dovranno attraversare 44 Stati con i relativi rischi di incidente. L’opposizione, molto forte nel Nevada e fra gli ambientalisti, sostiene, fra l’altro, che quando il deposito sarà ultimato (forse nel 2015) si saranno accumulate talmente tante altre scorie che sarà necessario costruirne un altro. Ma dove?
I principali centri di stoccaggio in Europa si trovano a La Hague (Francia) e a Sellafield (Regno Unito). Si tratta di impianti che ritrattano le scorie nucleari per produrre nuovo combustibile nucleare; le scorie vengono cioè ridotte di quantità ma il problema non si risolve.
A Sellafield si trovano anche una parte delle scorie altamente radioattive prodotte fra il 1960 e il 1987 dalle centrali nucleari italiane.
In Italia: hanno funzionato quattro centrali (Caorso, Trino Vercellese, Latina e Garigliano), cinque impianti di ritrattamento del combustibile (Saluggia, Bosco Marengo, due a Casaccia e Trisaia), una dozzina di centri di ricerca (Varese, Torino, Legnaro, S. Piero a Grado, ecc.) oltre ad una decina di piccoli depositi (Milano, Udine, Forlì, Campobasso, Taranto, ecc.). In totale si dovrebbe trattare di circa 64mila metri cubi di scorie radioattive, la maggior parte dei quali (35mila) sono conservati nelle quattro vecchie centrali. Il resto è conservato negli altri siti, principalmente a Saluggia e Casaccia. Quando si individuò Scanzano come sito del deposito nucleare italiano si parlò di circa 80/90mila tonnellate di materiale radioattivo da conferire in Basilicata. Una cifra enorme perché comprensiva delle strutture provenienti dalla demolizione delle quattro centrali chiuse. A Scanzano la gente si è ribellata e non se ne è fatto di nulla. Ma il problema rimane, in Italia come nel resto del mondo. È sconcertante constatare che a più di mezzo secolo dal lancio del nucleare civile nessuno sa come risolvere il problema della messa in sicurezza dei rifiuti nucleari. Se non ci fossero pressanti interessi economici e militari basterebbe solo questa considerazione per scartare l’ipotesi nucleare. E invece…l’Enel nel dicembre del 2007, nella persona di Fulvio Conti (amministratore delegato) ha firmato un accordo con l’Edf (colosso francese dell’elettricità) per avere il 12,5 % del primo impianto nucleare di nuova generazione Epr. Inoltre l‘Enel ha potuto acquistare il 66% della Slovenke Elektarne, massima produttrice di elettricità in Slovenia e seconda dell’Europa centro-orientale coi suoi 7000 MW di potenza, di cui 2600 da sei reattori nucleari Vver 400. L’Enel si è offerta di finanziare la costruzione in Slovacchia di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi.
Sarebbe bene, poi, considerare due altri elementi che sembrano essere trascurati. Il primo è l’alto costo del nucleare. Non a caso in Europa soltanto la Finlandia sta costruendo una centrale atomica; negli Usa non si realizza più un reattore dal 1979 e nel mondo sviluppato unicamente Francia e Giappone puntano su questa fonte.
Il secondo è l’apporto energetico realistico del nucleare. Sono 439 i reattori nucleari attivi sul pianeta. Ma contribuiscono soltanto per il 15 per cento alla produzione elettrica mondiale. E le stime dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) dicono che di qui al 2030 questo apporto subirà un declino e calerà al 13 per cento. Perché, appunto, sul tappeto restano numerosi problemi irrisolti legati alla sicurezza delle centrali, alla gestione dei rifiuti, allo smantellamento degli impianti obsoleti alle riserve di uranio e ai costi reali di un Kwh da produzione elettronucleare.
Insomma il governo approfitta del momento di fiducia e mette sul fuoco molte questioni, mascherando grandi manovre economiche con la mano ferma del governo che cambierà le cose in Italia. Di questo, purtroppo, ne siamo sicuri!
Il premio Nobel Carlo Rubbia (ve lo ricordate??), che abbiamo fatto emigrare in Spagna, afferma due cose molto interessanti: a) in soli diciotto mesi, nel deserto del Nevada (su progetto spagnolo), si costruirà con 200 milioni di dollari un impianto da 64 megawatt per l’energia solare; b) per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, in luogo di 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma. Ma senza fine nei secoli; e senza bollette da pagare alla natura.
Però, d’altronde, c’è aria di grande business; no, naturalmente non per le tasche degli italiani, non vi preoccupate!
S.T.
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